La fossa comune del mediterraneo

di L. Piano

Il Mediterraneo ormai ha moralmente cambiato colore, nella profonda indifferenza di noi europei, popolo di una finta Unione, di una fragile moneta. Si chiamava Raghad e aveva 11 anni, 11 anni e una grave forma di diabete, ed é stata sepolta in quello che é ormai diventato il teatro di una delle piú ignobili tragedie che il tempo contemporaneo ricordi, che é ormai il cimitero di anime perdute nella speranza, la speranza di una vita migliore.

Non ci sono dittatori, pazzi generali o altri leader intrisi di ideologie razziali dietro questo genocidio, siamo tutti colpevoli allo stesso modo, per non riuscire a provare compassione per tragedie che finiscono soltanto tra le righe dei notiziari, rigorosamente dopo Merkel, la Grecia, la politica e la finanza, i Renzi e i Salvini, i Grillo e i Berlusconi. Perché gli immigrati sono scomodi, sono sporchi, sono magari cattivi, e comunque assorbono risorse, che in un momento di crisi non possiamo spendere.

E prima o poi, di tutto questo ne pagheremo il prezzo, materialmente e moralmente. Perché a tutti noi é stato insegnato un principio fondamentale, che nei secoli si é sentito il bisogno di codificare nelle varie dichiarazioni e carte costituzionali: che la vita umana é il bene più importante, inviolabile e difendibile ad ogni costo. 

Scrivo questo da discendente di un popolo di migranti, di una regione di migranti, che conosce bene che il pane te lo devi guadagnare, ma sa anche che devi avere la POSSIBILITÀ DI GUADAGNARTELO. Altrimenti non esiste sforzo che ti aiuti, esiste solo la disperazione, che ti costringe a raccogliere la speranza e regalare la tua vita, sacrificandola al vile denaro.

Cosa possiamo fare, noi, poveri occidentali? Tanto, tantissimo, in termini di sviluppo dei paesi d’origine, in termini di investimento, in termini di aiuto. Ma continuamo a chiudere gli occhi e a tapparci le orecchie, a cercare flebili scuse, il tempo cancella tutto, compreso gli orrori. Ma il mare non dimentica, restituisce tutto come un libro scritto indelebilmente nella sua memoria.

Si chiamava Raghad, aveva 11 anni, poteva essere nostra figlia o nostra nipote. Sarebbe bastato nascere in Siria. Pensiamoci.

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