LE RAGIONI DEL VOTO E LE TRIVELLE

Di Luca Piano

MI INSEGNAVA la mia indimenticabile maestra nella scuola elementare (allora si svolgevano alcune lezioni di educazione civica), che il diritto al voto rappresentava il più importante esercizio civico del cittadino e rappresentava una conquista di civiltà e di democrazia, soprattutto allorquando sancito il suffragio universale. E poiché rappresentava  il più alto esercizio della sovranità popolare che legittimava l’esistenza di Stato (democratico-occidentale e contemporaneo) recarsi alle urne doveva essere considerato un DOVERE IRRINUNCIABILE, non discutibile né plasmabile da motivi elettorali, salvo serie e importanti cause di forza maggiore.

DA BRAVO CITTADINO, e da liberale convinto, sono cresciuto riempendo di timbri le mie schede elettorali, recandomi al voto con le mie idee ed esercitando il mio diritto elettorale nel modo ritenuto più opportuno, qualunque fosse il motivo del voto. Ed ho sempre pensato che tutti riconoscessero il suddetto principio, compresi, come è ovvio ed a maggior ragione, i rappresentanti delle istituzioni. Il solo assistere, viceversa, ai diversi rappresentanti politici che invitano a NON RECARSI al voto unicamente per motivi di convenienze, lo considero aberrante, senza alcuna possibilità di appello o discussione.

DA CITTADINO SARDO, devo ammettere di non nutrire nessuna simpatia per le trivelle, per i gas e per gli idrocarburi, anche se comprendo perfettamente che, ancora nel mondo odierno, tali fonti energetiche sono una parte maggioritaria per la produzione di energia anche nel nostro paese. Aggiungo che intercettazioni, parentele e conflitti di interesse non hanno certo contribuito a migliorarne le mie considerazioni. Aggiungo, infine, che le considerazione del NO (meglio dell’astensionismo), mi sembrano inconsistenti.

LA PROROGA DELLA CONCESSIONI. Considerato che la sottoscrizione delle concessioni da parte degli estrattori (per la maggior parte ENI) contro il pagamento del valore e delle royalties è stato considerato economicamente vantaggioso per ammortizzare le strutture, non capirei il morivo di trivellare finché il giacimento non è esaurito. 

GLI EFFETTI DELLA PRODUZIONE sui consumi energetici sono modestissimi, i dati parlano di una percentuale tra il 3%-4% per il gas e dell’1%. Praticamente il niente.

GLI EFFETTI SULL’OCCUPAZIONE parlano di una perdita di posti di lavoro stimabile di circa 29.000 posti di lavoro compresi tutti gli indotti diretti ed indiretti tra il 2018 e il 2034, cioè in 16 anni, anni nei quali scadranno progressivamente le concessioni (che sono inizialmente trentennali). Le stime delle perdite dei posti di lavoro dall’inizio della crisi parlano di circa 1 milione e 200 mila posti di lavoro sfumati. Mi preoccuperei di come recuperarli, piuttosto che spendere energie nell’invitare i cittadini a stare a casa.

GLI EFFETTI SULLE TASSE risultano ridicoli, anche se paragonati al bilancio di una città di medie dimensioni: 352 milioni nel 2015. Non considerevole.

VOTERO’ E VOTERO’ SI, anche se non condivido l’equazione sempre automatica degli ambientalisti attività industriale-inquinamento, è pur vero che qualunque attività di quel tipo porta normali rischi di inquinamento ambientale, anche grave. Confido, in ogni caso, nella tecnologia di prevenzione dei danni e di contenimento di detti rischi.

 

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